manifesto

“La città: un infinito limitato. Un  labirinto dove non ci si perde mai” (Kobo Abe, 1967)

Immaginare un festival è un processo cartografico. E’ un’ azione simile alla scrittura di una mappa su cui si possono leggere i territori, i confini e le strade che uniscono gli artisti e i loro processi creativi. Essi sono come gli elementi contenuti nelle antiche carte e le pergamene, i mosaici e gli affreschi, i portolani allegati a i racconti fantastici e d’avventura che rappresentavano paesaggi immaginari o reali, anche se mai visti, e le nuove vie del mondo.
 Le opere sono cartografie dinamiche, difficili da rappresentare con gli strumenti tradizionali del geografo e del cartografo. Sono luoghi necessari, come AntiMap Festival, segnati da disorientamenti, in cui la perdita dei riferimenti geografici, dell’appartenenza a una terra, a una città, a una lingua ci spinge a tracciare nuove mappe per riorientarci nella società contemporanea.
 L’irreversibile crisi della città e della politica ha portato ad un vero e proprio cambiamento del paradigma che segna la relazione tra spazio urbano e corpo. La possibilità dello spostamento sempre più rapido delle persone e delle cose, dovuto a vettori di trasporto sempre più veloci e numerosi, unita allo sviluppo delle telecomunicazioni che consentono all’informazione di viaggiare in rete in modo indipendente rispetto agli emittenti umani e agli stessi mezzi di trasporto dei corpi, ha trasformato irreversibilmente la natura della città. Questa è diventata una massa urbana unica informe e tentacolare in cui le sue maglie raggiungono ogni parte del globo. Nel 2007 la popolazione mondiale urbana ha superato quella rurale e la città dell’urban sprawl e delle baraccopoli sconfinate non corrisponde più a un organismo o a un progetto, ma si presenta  come una rete infinita di relazioni virtuali, senza un centro, senza una mappa e senza coordinate. I corpi che abitano le città, allo stesso tempo attori e produttori dello spazio che li circonda, si aggirano in un luogo di vagabondaggio senza meta, muovendosi in un labirinto che rappresenta la metafora dello spaesamento urbano.

La prima edizione di AntiMap Festival intende aprire una discussione sulla necessità del “perdersi” nella città come metafora e modalità di esercizio creativo, sul piano del processo artistico così come sul piano sociale. Il risultato che auspica è che questa discussione sia motore e agente di cambiamento nel tessuto sociale e nella creazione di una coscienza del singolo e della collettività, attivando capacità reali di azione e di pensiero.  A partire da queste riflessioni AntiMap Festival cerca di analizzare i nuovi avamposti di sperimentazione di artisti, collettivi e scienziati che riflettono sui cambiamenti globali della società e delle sue trasformazioni antropologiche e socio culturali in relazione alla città. La sua intenzione è di illustrare i processi e le strategie degli artisti per raccontare la città globale nella sua complessità, nel mosaico di spazi differenti e frammentati ove è ancora possibile perdersi tra migliaia di sentieri e creare nuovi immaginari dello spazio urbano.

Alessandro Carboni

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